sabato 20 febbraio 2010

news&co.

Quando anche il "grande paninaro" diventa piccolo:

Ecco ormai ci siamo,la Mc Donald ha compreso forse i suoi limiti,o chissà è solo un'altra astuta manovra per incrementare il suo già sconfinato impero economico,comunque sia la direzione intrapresa è desisamente differente dalla vorace politica perseguita fin da sempre dalla società "paninara" più famosa nel mondo.
La differenza è evidente,c'è la volontà di adeguarsi alla cultura dell'altro,un avvicinamento verso un identità nazionale in cui verranno rispettati i gusti autoctoni della stessa,la scelta dei prodotti sarà fondamentale al livello qualitativo,i prodotti adoperati rispecchiano a pieno la qualità "italnazionale",e non più internazionale.Insomma un progetto che trova il mio compiacimento, anche se restano punti di domanda sospesi tra la furbata commerciale e il vero rispetto della qualità(non facciamo l'errore di pensare che un formaggio asiago o della carne italiana possa essere di maggiore qualità solo perché porta con se il prestigioso marchio made in italy),non è semplice comprendere i gusti di un altra cultura,e nondimeno renderli commerciabili,e con questo mi riferisco sia all'organizazzione dei prodotti,sia alla loro trasformazione in panini "come si deve".Il panino all'Italiana porta con se la manualità di chi lo fà,quei gesti classici piani di attenzione e cura,cosa che presuppone una certa pratica sul campo......
Sarà questo un segnale dei tempi che cambiano o solo una mossa manageriale a noi alla fine importa ben poco,tanto fanno quello che vogliono i padroni del global commerce,quindi ciò che possiamo fare è osservare,sperando magari che questo sia il segnale di una globalizzazione meno globalizzata,più a portata d'uomo,più glocalizzata.

giovedì 12 novembre 2009

eventi&co.

spirits&co.
distillates on show 12-13-14 novembre 2009 fiera trieste
Un nuovo evento specializzato interamente dedicato alla grappa e ai distillati italiani ed esteri per favorire i contatti commerciali e far conoscere al pubblico la cultura del bere di qualità

www.spiritsandco.it

venerdì 6 novembre 2009

eventi&co.

frantoi aperti
In Umbria dal 7-8 novembre all'8 dicembre 2009
www.frantoiaperti.net

mercoledì 28 ottobre 2009

eventi&co.

carso point

dal 15 settembre 2009, ogni martedì fino a Natale, dalle 18 alle 19.30
Lo sviluppo del territorio e la promozione delle sue produzioni agroalimentari. La diffusione di valori condivisi quali il solido legame con le comunità locali guardando alla crescita responsabile e sostenibile del territorio di appartenenza: questi gli elementi che stanno alla base dell’accordo di collaborazione che ZKB - BCC del Carso ha siglato con l’Expo Mittelschool di Trieste.
http://www.expomittelschool.it/scheda_serate.asp?RecordID=386

eventi&co.

AOSTA , ART & CIOCC

IL TOUR DEI CIOCCOLATIERI:
I cioccolatieri provengono da tutta Italia con una produzione legata alla tradizione della propria regione d'origine: liquore al cioccolato servito in cialde croccanti, cuneesi al rhum, cioccolato di Modica, cappelletti al cioccolato bianco con ripieno al cacao, maxi-cremino alla nocciola e al gianduia, torrone con cioccolato, cioccolatini al peperoncino e olio extravergine, castagnaccio, strudel...
http://www.regione.vda.it/turismo/per_documentarsi/pagina_ricerche_i.asp?tipo=scheda&pk=28412&nomesch=sch_eventi&ts=evento

eventi&co.

Sapori Colti

Dal 21 ottobre al Vittoriano Passaggi di cultura tra osterie, ristoranti e trattorie di Roma 2009

http://www.vignaclarablog.it/200910207727/sapori-colti-vittoriano-passaggi-di-cultura-osterie-ristoranti-trattorie-roma/

martedì 27 ottobre 2009

oliva&co.

Cucco

Pianta rustica e di elevata vigoria. E’ segnalata una bassa capacità rizogena.L’entrata in produzione è tardiva. La fioritura è precoce e scarsa è la produzione di polline. Autocompatibile, presenta elevata percentuale di fiori con ovario abortito. Sono stati segnalati fenomeni di intersterilità con le varietà "Dritta", "Intosso", "Castiglionese" e "Jannaro".La produttività è elevata e alternante. L’epoca di maturazione è precoce. La cascola è accentuata per la ridotta resistenza al distacco.I frutti, destinati alla produzione di olive verdi al naturale o nere alla greca, hanno un rapporto polpa/nocciolo equivalente a 4, ed il distacco della polpa è agevole. Il contenuto in olio è medio.
Tipico frutto dei vecchi oliveti delle colline a ridosso dell'adriatico abruzzese, da Montesialvano a S.Vito Lanciano. Di dimensioni medie, il, frutto nero si presta anche per il consumo da tavola, ottima per le guarnizioni con carni rosse, selvaggina da cortile.

eventi&co.

Il gusto del trekking:
dolcetti e scherzetti camminando per la città

Il 31 ottobre in occassione della festività di halloween in numerose città italiane ci sarà la vI giornata nazionale del trekking urbano.UN occassione per scoprire le bellezze cittadine legate anche alle proprie identità enogastronomiche,città che si propongono a residenti e visitatori come luoghi salubri,dove coltivare il benessere della mente e del fisico anche attraverso il ritorno alla velocità del passo umano.
Città da capire percorrendole a piedi al ritmo degli uomini che le hanno costruite molti secoli fa.Città che vogliono farsi godere con lentezza e passione perché amano l'uomo e dagli uomini sono amate.Città dove il tempo diventa materia,dove la vivacità è vissuta nel quotidiano dei piccoli gesti.
http://www.trekkingurbano.info/

lunedì 26 ottobre 2009

vini&co.

il dolcetto

Qualcuno ritiene che il Dolcetto abbia avuto origine sulle colline del Monferrato. Proprio qui troviamo la prima citazione in una commedia astigiana dove una fantesca, tra le altre cose, chiede in cambio delle sue prestazioni un "dossèt" di Mongardino. Altri sono dell'opinione che il suo terreno di nascita sia stato la Liguria e che si sia fatto strada in Piemonte durante i numerosi scambi commerciali interregionali che hanno avuto luogo nel Medioevo.
Al di là delle sue origini, la zona di produzione di questa varietà è tuttora limitata al Piemonte e alle regioni confinanti della Liguria e della Valle d'Aosta. Il nome "Dolcetto", può portare confusione: infatti il vino non è dolce. Dolci sono invece gli acini che un tempo servivano addirittura per la cura dell'uva. Il Dolcetto coltivato in montagna e in alta collina tende a produrre vini eleganti e delicatamente profumati, mentre il Dolcetto della pianura tende ad essere più robusto e ad avere una gradazione leggermente più alta. In genere i Dolcetto sono vini freschi, fruttati e fatti per essere bevuti tra i due e i quattro anni dalla vendemmia. Alcuni produttori, tuttavia, scelgono di fare vini più concentrati e adatti all'invecchiamento.
Nel colore c'è una prevalenza di fucsia su un profondo rubino. Il Dolcetto si distingue per il corpo morbido e i suoi eleganti profumi, che possono includere fragranze di bacche mature, more e, a seconda delle zone, anche richiami di fiori e di cioccolato.Abbinamento con il ciboSi abbina con paste e risotto con sughi di carne, fegatini e funghi ma anche con carni e verdure in umido e creme di formaggi. Nelle versioni più complesse, tipo quelle dell'Ovadese, si abbina con pollame nobile e con la selvaggina di pelo in salmì.

vini&co.

brachetto

Si ritiene che il Brachetto abbia avuto origine sulle colline del Monferrato astigiano e che già i Romani ne bevessero, quando i centurioni arrivavano ad Acqui. Racconta poi la leggenda che Cleopatra con questo vino irretì Giulio Cesare prima e Marcantonio dopo, portandoli ad esaudire i suoi desideri di potere. Vero o non vero, sta di fatto che il fascino del Brachetto è rimasto nascosto fino al XIX secolo, quando la moda per i vini dolci e frizzanti raggiunse il suo apice.
La richiesta di mercato spinse i vignaioli locali a ridisegnare i loro vigneti. Le speranze andarono in fumo ancora una volta a causa della phylloxera vastatrix. Quando arrivò il momento dei reimpianti, questa varietà a scarsa produttività lasciò il terreno a uve più prolifiche. Tuttavia il gusto in fatto di vini seguì una forte evoluzione e una ventina di anni fa, con l'affermazione dei vini da dessert, il Brachetto venne reimpiantato e si diffuse soprattutto in Piemonte, con produzioni più modeste anche nell'Oltrepo Pavese e nella Liguria.Le vigne più apprezzate si trovano ora sulle colline intorno al comune di Acqui Terme. Il Brachetto di quest'area ha ricevuto la docg nel 1996 con il nome di Brachetto d'Acqui.Il vino, leggermente frizzante, ha una gradazione alcolica minima di 11,5°, mentre quello spumantizzato ha una gradazione minima di 12°. Un'area molto più ampia, che comprende le colline delle province di Alessandria, Asti e Cuneo, dà origine alla doc Piemonte Brachetto. Questo vino amabile e spesso frizzante viene fatto con un minimo dell'85% di Brachetto, ed ha una gradazione alcolica minima di 11°.Raramente il Brachetto viene vinificato in modo da risultare completamente secco, anche se ci sono alcuni produttori che lo propongono in questa versione, specialmente nel Roero. Con il suo basso livello di tannini, una buona acidità e decisi profumi, è ideale per la produzione di spumante.
Il vino si annuncia con un bel un rosso brillante sfumato di rosa. Nel naso espande aromi di fragola e rosa. Il gusto è persistente e si propone morbido e corroborante.

vini&co.

bosco

Questa è una delle varietà più importanti della Liguria. Essa è infatti una componente di quasi tutti i bianchi della regione.Il nome può derivare dal fatto che la sua zona di origine, le Cinque Terre, è densamente boscosa. Dalle Cinque Terre la varietà si è estesa all'area intorno a Genova.
Viene raramente vinificato da solo e viene invece mescolato ad altre varietà come l'Albarola e il Vermentino Bianco.Il Bosco si presta per essere appassito e rappresenta almeno il 40% della doc Cinque Terre e dello Sciacchetrá delle Cinque Terre. Le uve per questo ultimo vino vengono appassite, per poi produrre un vino da dessert dorato e ambrato, che ha una gradazione minima di 17°.
Nella versione secca il colore varia dall'oro chiaro al giallo paglierino. Nel naso svela note di erbe selvatiche e di fiori di camomilla. Qualche degustatore parla anche di "tracce di mare". Sul palato il vino è morbido e saporito.Nella versione passito il vino è giallo dorato con riflessi ambrati, mentre il profumo è quello della mela matura, con note di albicocca e di ananas.

vini&co.

barbera

Il Barbera si trova in tutta Italia. Nella sua regione natale, il Piemonte, il vitigno viene normalmente vinificato in purezza, mentre in altre regioni il più delle volte è usato in assemblaggio.Si tratta di una varietà vigorosa che prospera in terreni sabbiosi e crete. Tuttavia, molti produttori ritengono che possa dare risultati estremamente eleganti su terreni ricchi di calcare posti a latitudini temperate.A lungo considerato come adatto per ogni evenienza, il Barbera fu usato come vitigno da taglio, per portare in tavola vini più beverini. La sua acidità medio-alta, la densità del colore, i tannini medio bassi e la sua estrema versatilità hanno fatto sì che i produttori in passato lo elaborassero nelle più disparate versioni: semi-spumante, novello e addirittura in bianco. La sua prima citazione la troviamo all'inizio del VI secolo nei catasti di Chieri e di Nizza, ma fu poi il Gallesio a chiamarla Vitis vinifera montisferratensis per caratterizzarla come uva tipica del Monferrato, ovvero di quel territorio che ha per capoluogo Asti, dove il vigneto Barbera occupa più di 20.000 ettari ad una altezza tra i 200 e i 500 metri. Il suo nome, secondo una recente interpretazione, deriva dall'incrocio tra la parola barba, usata per descrivere il suo complesso sistema di radici e il termine dialettale albéra, che sta ad indicare i siti boscosi dove le viti furono impiantate in sostituzione degli alti alberi.
PiemonteSi ritiene, ma non è certo, che in Monferrato l'invito rivolto dalla chiesa di Casale ad impiantare de bonis vitibus berbexinis alludesse al vitigno del Barbera; sta di fatto che il vitigno Barbera rappresenta ancora nella regione la varietà più estesa assieme al Moscato.Inoltre le uve di Barbera concorrono come componente determinante nella composizione di undici doc del Piemonte.Le doc più note sono prodotte nelle province di Asti, Alessandria e Cuneo.
vini che si ottengono dal vitigno Barbera hanno generalmente colore rubino con venature purpuree. Si presentano vinosi e freschi all'olfatto, con morbidi aromi di prugna matura che si ribaltano sul palato. Le versioni ben fatte e barricate sanno essere sontuose, dense, ricche e raffinate con caldi frutti speziati, che si dispiegano gradevolmente al naso e al palato.

vini&co.

L'albana

Molto probabilmente furono i Romani a portare l'Albana in Romagna. Qualcuno infatti pensa che questa varietà prenda il nome dai colli Albani, posti a sud di Roma; altri ritengono che la parola derivi dal latino albus, bianco. L'uva che si ottiene da questo vitigno è una vera e propria fabbrica di zucchero, inoltre ha un'acidità piuttosto alta con elevate quantità di tannini nei semi e nelle bucce.
Il vino che si ottiene è particolarmente adatto per l'invecchiamento nel legno. Nel 1987, l'Albana di Romagna si guadagnò la prerogativa di essere il primo vino bianco italiano a ricevere la docg.La zona di produzione dell'Albana di Romagna è concentrata nelle province di Forlì, Ravenna, Bologna e nella punta estrema della valle del Po, tra gli Appennini e l'Adriatico. Qui il suolo, ricco di fossili, è una mistura di creta, calcare, marna e sabbia. Il clima è continentale, con inverni freddi ed estati calde e secche. Sotto la doc Albana di Romagna vengono prodotte quattro tipologie di vino: il secco, l'amabile, il dolce e il passito.L'Albana secco tende ad essere un bianco leggero e brioso, da bere giovane.Quello amabile è fresco, fruttato e deliziosamente dolce ed ha una gradazione minima di 12°, caratteristica che ritroviamo anche nella versione dolce.Ma è il passito ad aver ottenuto il più importante riconoscimento internazionale. Quando viene fatto con uve attentamente selezionate da vignaioli esperti, l'Albana Passito è ricco, succulento e seducente. La produzione di questo vino si può fare in due modi: si può lasciare l'uva a maturare più a lungo direttamente sulla vite oppure si possono raccogliere i grappoli e metterli ad essiccare lentamente su graticci o su stuoie, in stanze ben ventilate. La vinificazione deve essere portata avanti in cisterne di acciaio inossidabile o in botti.La minima gradazione alcolica di questo vino è di 15,5° e deve essere invecchiato per almeno sei mesi. La maggior parte dei vinificatori, tuttavia, invecchiano i loro vini da due a quattro anni. In media, vengono prodotte annualmente meno di 200.000 bottiglie di Albana Passito.Con l'Albana si produce anche uno Spumante: per elaborare questo vino dolce e vellutato (che ha una gradazione alcolica minima di 15°) i grappoli di Albana vengono messi ad appassire per breve tempo prima della pigiatura. Nei Colli Bolognesi, ovvero nella zona collinare limitrofa alla città di Bologna, l'Albana viene mescolato con il Trebbiano Romagnolo per fare un bianco secco leggero chiamato Colli Bolognesi Bianco.
Albana secco: agli occhi si presenta paglierino, con lievi riflessi dorati.Gli assaggiatori più attenti all'olfatto scoprono tenui accenni di pesca, di rosa, di mandorla e di salvia.La qualità dei vini ottenuti dall'Albana è estremamente varia. Quando sono al meglio, l'acidità è il coronamento del loro fascino complessivo, ma a volte l'acidità prevale sul palato.Albana Passito: si presenta di un bel colore giallo oro.Nel naso si scoprono aromi di pesca, albicocca, frutta candita, miele d'acacia e, dal legno, spezie e vaniglia.Queste fragranze rimbalzano sul palato e continuano a lungo prima di esaurirsi. Le versioni ben fatte vengono spesso, e giustamente, paragonate ai Sauternes di prima classe.

vini&co.

Lo schioppettino

La Ribolla nera, chiamata Schioppettino nel comune di Prepotto e dintorni, Pocalza nelle zone di confine, è un vitigno sicuramente indigeno - friulano, originario con ogni probabilità della zona friulana fra il comprensorio di Prepotto e una parte confinante della vicina Slovenia.Attualmente lo Schioppettino è diffuso in quantità limitata nel comune di Prepotto e nella frazione di Albana, con rari filari in zone limitrofe. Non è dato a sapere l’origine del nome, che ha sostituito quello di Ribolla nera. Con ogni probabilità il vino, di contenuto grado alcolico ma di alta acidità fissa, imbottigliato giovane, completava la fermentazione malolattica in bottiglia.Diventava quindi leggermente frizzante, dando l’impressione, all’udito e in bocca, che l’anidride carbonica, scoppiettasse, liberandosi con rapidità in piccoli zampilli. Da qui il suono, onomatopeico: “Schioppettino”.
L’aroma inconfondibile di frutti di bosco, mora, mirtillo e marasca, si mescola armoniosamente con una nota speziata che ricorda il profumo del pepe verde. Complesso ed elegante, è un vino da abbinare a pietanze di carne e, se invecchiato, anche a selvaggina. Affinato in legno, è di buona struttura e con impronta aromatica estremamente complessa.
L’Associazione Produttori dello Schioppettino di Prepotto, costituitasi nel 2002 con lo scopo di promuovere e realizzare studi volti a garantire la qualità e le caratteristiche tipiche di questo vitigno, dopo un percorso iniziato nel 2003 e l’adozione di un disciplinare di produzione molto restrittivo, ha ottenuto, nel 2008, il proprio cru: la denominazione di sottozona “Schioppettino di Prepotto”.

vini&co.

il greco

L’origine del Greco è da ricercare nel gruppo delle Aminee, viti greche di cui Virgilio scrive “Sunt et aminneae vites, fermissima vina (…)”. In particolare deriverebbe dalle Aminee gemelle, denominate così per la lunga ala laterale citata anche da Plinio e Columella.Sono diverse le citazioni riguardanti il Greco le prime delle quali risalgono ai primi del 1800; fanno riferimento al “vino Greco” Columella Onorati, Gasparrini, Semola e Carlucci. Sante Lancerio, bottigliere papale, nel 1549 segnala ben cinque tipi di Greco. Circa la descrizione dei vini prodotti con uve Greco nel 1980 Veronelli scrive: “color giallo galierino, lucido; bouquet folto, continuo, soave; sapore secco senza asperità, nutrito e tuttavia nervoso, stoffa delicata ed elegante, con la spigola in bianco ci ha fatto l’amore”.Diversi documenti contabili lo descrivono come merce preziosa già nel 1300 quando il suo commercio nel porto di Napoli era estremamente remunerativo e nel 1500 quando gli introiti erariali che comportava il suo scambio contribuivano a riempire le casse di Papa Paolo Farnese.Pietro Gravina nel X secolo nell’epigramma “Vini Greci bis” scrive: ” non la fiorente Lesbo ti manda questo vino, né alcuna felice terra del mare Egeo, ben nota per la vicinanza ma te lo danni i gioghi del Vesuvio sacri a Bacco, ben noti come località vinifere. E qualcuno è mantenuto frigido da ingrato tepore beva questo vino e lieto amante sveglierà le membra. E se qualcun mal sopporta le voglie di una vigorosissima fanciulla, tracannato questo vino non avrà alcun affanno”.Il Greco è un vitigno molto vigoroso che presenta buona affinità con i principali portainnesto. Non ha produzioni eccessive e a maturazione raggiunge buoni livelli in acidi e zuccheri. Raggiunge produzioni contenute e costanti se allevato a spalliera. Il Greco è raccomandato per tutte le province campane ma è coltivato anche in Puglia, Molise, Lazio e Toscana. È alla base del vino monovarietale delle DOC Sannio, Taburno e Sant’Agata dei Goti.

vini&co.

il fiano

Il Fiano è un vitigno in forte espansione ed è attualmente coltivato soprattutto nella provincia di Avellino. Una grande querelle che ha affascinato da sempre gli ampelografi è l’origine del suo nome. Fiano deriverebbe dalla corruzione di Apianis che a sua volta deriva da apis, ape. Plinio a tal proposito scrive: “le api diedero il nome alle viti Apiane, avide specialmente di esse” e Columella sostiene: “sono preda delle api, per questo prendono tale nome. E sono celeberrime per il gradito gusto”. Murolo però nel 1984 formula dubbi a tal proposito ipotizzando che il Fiano sia stato portato in Campania dai coloni pelagici provenienti appunto dall’Apia.Nel 2001 Reppucci suggerisce che il Fiano tragga il suo nome dai Liguri Apuani che, ribellatisi a Roma, nel 180 a.C. si trasferirono nell’ager taurasius, a nord di Benevento.Diversi sono i sinonimi del Fiano: Fiore Mendillo, Fiana o Forano, Santa Sofia, Latino bianco, Minatola ma molti di loro sono inesatti e per alcuni si è giunti anche ad accertare la tipizzazione di vitigni diversi.Già nel 1876 Froio indica nell’utilizzo di Greco e di Fiano “il miglior modo per avere un vino dilicato e ricco di aroma non comune, anzi se di queste uve io tengo ben conto è per l’aroma che comunicano al vino”.Ma a rendere il senso delle doti di un vino da uve Fiano è forse Pillon negli anni ottanta che scrive:” (…) odore elegante, sottile, continuo. Sapore secco, superbo, appena prodotto ha profumo di pera che si completa ampliandosi sino al gusto di nocciola e poi, con la maturazione, ha sapore di nocciola tostata; ha straordinaria grazia ed eleganza, stoffa carezzevole, singolare personalita”. Nel 2002 Moio lo descrive così: “i principali descrittori del vino fiano sono risultati i seguenti: mela, banana, tiglio, rosa, menta, nocciola, mandorla, miele” e con l’invecchiamento “(…) citazioni di finocchietto, menta, ginestra, pera, nocciola, mandorla, acacia, miele”.Un’altra caratteristica non secondaria del Fiano è la possibilità di essere destinato all’invecchiamento, cosa che non è concessa a tutti i bianchi.Il Fiano è un vitigno molto vigoroso che, innestato su portainnesti dallo sviluppo contenuto, riesce ad adattarsi a forme di allevamento contenute. Non ha produzioni eccessive e, nonostante si raccolga tra la fine di settembre e la prima quindicina di ottobre, presenta una discreta resistenza alla Botrite grazie soprattutto allo spessore dell’acino. A maturazione raggiunge elevati livelli in acidi e zuccheri. Il Fiano è raccomandato per tutte le province campane ed è alla base del vino monovarietale della DOC Sannio.

vini&co.

La falanghina

La linea di demarcazione tra la viticoltura greca e quella latina è l’introduzione dell’utilizzo del palo come tutore per i ceppi di vite. Tale palo, detto falanga, secondo Murolo ha dato il nome alla varietà Falanghina datando quindi l’origine di questo vitigno con l’inizio della viticoltura in Campania.Le citazioni circa la Falanghina si sprecano. Già nel 1848, ad opera del Semmola, ne abbiamo un’accurata descrizione: “ fiorisce ai principi di giugno (…) Grappolo di mezzana grandezza, allungato, poco ramoso, raro. Bacca quasi rotonda, picciola, di un bel gialletto ed a perfetta maturità più si colora; sugosa, molto dolce. Molto e costantemente fruttifero. Fa buon vino”.La Falanghina, tranne che in qualche raro caso dovuto alla corruzione dialettale in Falenchina o Fallanghina, è stata sempre conosciuta con questo nome o, al massimo, con il sinonimo di Biancazita.La Falanghina è stata da sempre diffusissima soprattutto nel napoletano e nel casertano. Nella provincia di Benevento ha subito una rapida espansione dagli inizia degli anni ottanta. Dalle indagini di caratterizzazione è però emersa una sostanziale differenza tra la Falanghina “dei Campi Flegrei” e quella Beneventana. La Falanghina Beneventana sarebbe originaria dell’area caudina, più precisamente del comune di Bonea. Storicamente si riscontrano poche notizie circa la caratterizzazione di questo vitigno; Bordignon in “Falanghina”, monografia dedicata al vitigno, cita oltre alla “verace” anche una “Falanghina Mascolina” ma la scarsità di notizie fornite a riguardo non permettono di riconoscere in essa l’attuale Falanghina Beneventana. Carusi, nel 1879 riferisce di una Falanghina nella provincia di Benevento conosciuta anche con il sinonimo di Montecalvo.Circa la caratterizzazione del vino ottenuto da uve di Falanghina C. Orazy du Marais scrive: “Colore giallo pallidissimo, con notazioni grigio perlacee e sfumature di un verde appena accennato. (…) Attacco Floreale con notazioni importanti come quella della tuberosa, accompagnata dai profumi della frutta a buccia rossa (…). Al gusto manifesta una presenza viva, asciutta, di gradevole intensità (…) Fonde piacevolmente in bocca”.La Falanghina Beneventana è un vitigno molto vigoroso, da allevarsi con potature lunghe, caratterizzato da buone produzioni e media fertilità delle gemme. Non presenta particolari esigenze di portainnesto. L’epoca di raccolta delle uve cade tra l’ultima decina di settembre e la prima di ottobre. In relazione all’ambiente in cui è coltivato può raggiungere elevati livelli in zuccheri e livelli medio-alti di acidità titolabile.La Falanghina Beneventana è alla base dei vini monovitigno delle DOC Guardiolo, Sannio, Sant’Agata dei Goti, anche nella tipologia passito, Solopaca e Taburno ed è inoltre utilizzato per la produzione di spumanti DOC Solopaca, Guardiolo, Sannio e Taburno.

vini&co.

L'aglianico

L’Aglianico è il vitigno che incarna la vitivinicoltura campana essendo da sempre coltivato nelle aree a maggiore vocazione della regione.In Campania l’Aglianico mostra un ampio adattamento agli ambienti geo-pedologici più diversi, sia di pianura che di collina, purchè situati in una fascia climatica di somme termiche elevate.È questo il motivo principale della sua diffusione nell’Italia meridionale e della sua presenza a nord della Campania.La coltivazione secolare del vitigno ha selezionato vari biotipi di Aglianico, che caratterizzano ciascuna area di diffusione: l’Aglianico amaro delle provincie di Benevento e Caserta, l’Aglianico di Taurasi nell’avellinese, l’Aglianicone della provincia di Salerno, l’Aglianichello nella provincia di Napoli, l’Aglianico del Vulture in Basilicata.Il primo a riconoscere all’Aglianico un’origine greca è il Porta, che nel 1581 prima scrive: “Columella ci descrive anche le Helvolae che altri chiamano Variae” e, poi, in modo categorico, asserisce “dico, dunque, che le nostre viti Hellaniche sono le Helvolae degli antichi”.L’ipotesi è avvallata nel 1804 da Columella Onorati che scrive: “finalmente le uve da vino sono principalmente la glianica detta anticamente ellenica o ellanica, venuta forse dall’Eubea, oggi Negroponte, secondo i nostri Antiquari; ch’è di colore nero”, e, successivamente, confermata da Granata che si basa sull’etimologia della parola aglianico che significa “graco” o “grecizzante”. In effetti il passaggio di denominazione da ellenica-ellanica ad aglianico potrebbe risalire al periodo di dominazione spagnola sul regno di Napoli e sarebbe dovuto al fatto che gli Aragonesi pronunciavano la doppia “l” come “gli”.Chi studia a fondo la questione della provenienza di questo vitigno è Carlucci che nell’Ampelographie di Viala e Vermorel sostiene: “per quel che mi riguarda sono dell’opinione che i vitigni che producono oggi i vini di Pozzuoli sono gli stessi che davano l’antico Giurano o Falerno; che, di conseguenza, l’Aglianico attuale, identico a quello coltivato nel XVI secolo al tempo di Bacci sia uno di quelli che costituivano i vigneti di Gauro al tempo di Plinio”. Di vino di uve Aglianico hanno poi parlato: Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III Farnese che scrive: "Di tali vini Sua Santità beveva molto volentieri et dicevali bevanda delli vecchi, rispetto alla pienezza", Andrea Bacci, medico di Sisto V Peretti, che ne dice: "…vino ricercato e prestigioso delle mense dei ricchi" e Arturo Marescalchi che lo definì "il fratello maggiore del Barolo e del Barbaresco".Dal punto di vista agronomico e produttivo l’Aglianico è un vitigno piuttosto vigoroso che permette produzioni mediamente abbondanti. Può presentare, anche in rapporto alla disponibilità di micronutrienti, fenomeni di acinellatura verde. Si raccoglie solitamente tra la prima e la terza decade di ottobre e ammostato fa registrare alti valori di zucchero e elevati livelli di acidità.Come detto l’Aglianico è il vitigno maggiormente diffuso in Campania e, con il suo biotipo “amaro”, concorre alla produzione dei DOC monovitigno Solopaca, Aglianico del Taburno, Sant’Agata dei Goti, Sannio e Guardiolo oltre che al Taburno rosso e novello.

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il piedirosso

Dopo l’Aglianico il Piedirosso è il vitigno autoctono a frutto rosso più diffuso in Campania. Il suo nome dialettale, Per’ e palummo, deriva da una peculiarità morfologica del rachide: il colore rosso dei pedicelli degli acini che ricorda la tinta della zampa dei colombi -. Con questo nome o con la sua italianizzazione – Piede di Palombo – è da sempre riportato nella letteratura ampelografica mentre il termine Piedirosso si deve al Carlucci che riferisce, nel 1909, “Piedirosso, diffuso ad Avellino e Benevento”. Carlucci sostiene che il Piedirosso coincida con la Palombina nera citata da Herrera e Sederini nel XVI secolo, i quali a loro volta la ritengono identica alla Colombina riportata da Plinio in Naturalis Historia.Il primo riferimento storico è di Columella Onorati che evidenzia: “il Piede Palombo, uva ancora nera, ma alquanto rada negli acini, i più piccioli dè quali rosseggiano come i piedi dè colombi”. Froio nel 1876 esalta così il Piedirosso: “a Gragnano, ove il terreno è calcareo e predomina il vitigno detto Piede di Colombo, si fa eccellente vino rosso molto profumato che invecchiando assomiglia al vino Boucholais; disgraziatamente manca chi lo conservi per farlo migliorare percicchè si vende nell’anno per consumo giornaliero. (…) nelle contrade esposte ad oriente ed a mezzogiorno i vini rossi sono più sottili, e molti di essi, invecchiando, acquistano naturalmente l’odore della radice dell?iride fiorentina. Questa particolarità tanto preziosa si osserva però solamente quando nei vigneti predomina l’uva detta Piede di Colombo. (…) credendo solamente dover insistere perché da questi vigneti vesuviani sieno tolte tante uve cattive, sia la coltura ristretta a poche varietà, tra le quali primeggi la Piede di Colombo ed anche l’Olivella”.Agronomicamente è un vitigno dal caratteristico vigore che predilige forme di allevamento espanse e dà origine a produzioni medio-basse. A maturazione, tra la prima e la seconda decade di ottobre, raggiunge un’acidità totale di livello medio e un alto tenore in zuccheri. Non ha particolari esigenze circa la scelta del portainnesto.A riprova della forte tipicizzazzione, il Piedirosso è un vitigno raccomandato solo per la Campania. I vini del Sannio beneventano nella cui composizione hanno il Piedirosso sono i monovitigno Taburno e Sannio e il Rosso, Rosato e Piedirosso della DOC Sant’Agata dei Goti.

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il coda di volpe

Il Coda di Volpe è un vitigno in forte espansione sebbene solo fino a qualche anno fà fosse considerato un vitigno minore. Il suo nome deriva dal latino "Cauda Vulpium", per la sua forma caratteristica che ricorda appunto la coda della volpe. La sua storia è particolarmente affascinante se si considerano oltre all’antichità che ne contraddistingue le origini anche i numerosi casi di sinonimia e omonimia segnalati da numerosi studiosi.Il primo a citare il Coda di Volpe è, in Naturalis Historia, Plinio il Vecchio che, trattando dei vitigni adatti ad essere allevati a pergola scrive: “minus tamen, caudas vulpium imitata, alopecia”. Fu il Porta nel 1584 a sostenere che con il nome di Coda di Volpe si coltiva un vitigno identificabile con le uve alopecia sebbene tale ipotesi non fosse suffragata da elementi certi.Altro caso di studio per gli ampelografi campani è stata la sinonimia tra il Coda di Volpe e il Pallagrello. A riguardo è il Froio a produrre la maggior quantità di notizie. Egli descrive prima nel 1875 e poi nel 1878 la Coda di Volpe utilizzando anche i sinonimi di Pallagrella bianca e Durante. Più tardi tratterà dei vitigni coltivati in Campania dando notizia di una Coda di Volpe diffusa a Torre del Greco e del Pallagrello presente nel casertano ritenendo quindi diverse le due varietà.Ad oggi, l’esame comparativo dei due vitigni unito agli studi di caratterizzazione ampelografica e molecolare non hanno ancora chiarito il caso. È stato comunque accertato che il Coda di Volpe non ha tra i suoi sinonimi il Coda di Pecora denominazione con la quale è conosciuto nel casertano una varietà diversa.Dalle uve Coda di Volpe si possono ottenere vini pregiati; Mincione a tal proposito scrive: “ (…) si ricava un vino di buona produzione alcolica, dal colore brillante, giallo dorato. Il vino estrinseca , altresì, un odore vinoso con leggero aroma gradevole. Nel primo anno di vita del prodotto si rivela leggermente dolce; ma, invecchiato, assume un sapore asciutto e non molto ricco di corpo”. Agronomicamente il Coda di Volpe è un vitigno poco vigoroso con produzioni non eccessive e maturazione mediamente precoce, nella seconda quindicina di settembre. A maturazione raggiunge elevati livelli in zuccheri e un medio tenore in acidi. Il Coda di Volpe è raccomandato per tutte le province campane ad esclusione del Salernitano, dov’è autorizzata. È alla base del vino monovarietale della DOC Sannio e partecipa alla base ampelografica del Solopaca Bianco.