malvasia bianca di candia
Originaria come altre Malvasie del Peloponneso, si è diffusa nel Lazio e Campania e, seppure limitatamente, un po’ ovunque nell’Italia centro-meridionale.La varietà è relativamente omogenea, i caratteri differenziali che riguardano la fertilità e la forma del grappolo spesso dipendono dagli ambienti diversi in cui si coltiva. Germoglio ad apice espanso, lanugginoso, verde chiaro con sfumature rosa, foglioline apicali piegate, di colore verde-bronzato, lanugginose sulla pagina inferiore. Foglia grande, pentagonale, tri-quinquelobata, lembo leggermente ondulato, liscio, di colore verde carico, quasi glabro. Grappolo grande, piramidale, alato, semispargolo; acino medio, rotondo, di colore giallo dorato, buccia sottile e consistente, poco pruinosa; polpa sciolta, di sapore semplice o leggermente aromatico, dolce.
Dà un vino di colore giallo paglierino carico, leggermente profumato, sapido, amarognolo; spesso viene vinificato assieme ad altre uve perché solo nelle zone classiche di coltura può dare un prodotto armonico, caratteristico ed abbastanza fine.
Si sposa in maniera perfetta con antipasti magri, culatello, piatti a base di pesce, minestre.
mercoledì 21 ottobre 2009
vini&co.
il bellone
Uva bianca, caratteristica del Lazio, soprattutto nella provincia di Roma. Ha molti sinonimi fra cui Cacchione, Pampanaro, Bellobuono, Uva Pane, Zinna vacca, Arciprete, Pacioccone. L'Uva pantastica citata da Plinio, secondo il Bacci (1596) potrebbe essere proprio il Bellone. Nel Bollettino Ampelografico del 1881 era descritta come vitigno con grappoli dalle proportzioni maggiori ma dai caratteri analoghi ai Belli, gruppo di vitigni diffusi intorno a Roma. Osservazioni confermate anche da Mangarino nel 1888 e Mancini nel 1893.
Il bellone è un vitigno a bacca bianca e matura generalmente nella seconda metà di ottobre,ha un elevata vigoria e una produttività abbondante,viene utilizzato in molte doc laziali ed è stato inserito ultimamente nella doc nettuno come monovarietale.La pianta predilige terreni vulcanici.ricavandone un vino delicato,leggermente amarognolo e pronto al consumo.
Questo vino si presenta con un colore giallo dorato intenso e sfumature giallo dorato, molto trasparente. Al naso esprime aromi puliti che si aprono con note di susina e mela seguite da aromi di biancospino, mandorla e pompelmo. In bocca ha buona corrispondenza con il naso, un attacco fresco e comunque equilibrato, buon corpo. Il finale è abbastanza persistente con ricordi di susina e mandorla.
L'abbinamento idelae è con pesce stufato, carne bianca saltata.
Uva bianca, caratteristica del Lazio, soprattutto nella provincia di Roma. Ha molti sinonimi fra cui Cacchione, Pampanaro, Bellobuono, Uva Pane, Zinna vacca, Arciprete, Pacioccone. L'Uva pantastica citata da Plinio, secondo il Bacci (1596) potrebbe essere proprio il Bellone. Nel Bollettino Ampelografico del 1881 era descritta come vitigno con grappoli dalle proportzioni maggiori ma dai caratteri analoghi ai Belli, gruppo di vitigni diffusi intorno a Roma. Osservazioni confermate anche da Mangarino nel 1888 e Mancini nel 1893.
Il bellone è un vitigno a bacca bianca e matura generalmente nella seconda metà di ottobre,ha un elevata vigoria e una produttività abbondante,viene utilizzato in molte doc laziali ed è stato inserito ultimamente nella doc nettuno come monovarietale.La pianta predilige terreni vulcanici.ricavandone un vino delicato,leggermente amarognolo e pronto al consumo.
Questo vino si presenta con un colore giallo dorato intenso e sfumature giallo dorato, molto trasparente. Al naso esprime aromi puliti che si aprono con note di susina e mela seguite da aromi di biancospino, mandorla e pompelmo. In bocca ha buona corrispondenza con il naso, un attacco fresco e comunque equilibrato, buon corpo. Il finale è abbastanza persistente con ricordi di susina e mandorla.
L'abbinamento idelae è con pesce stufato, carne bianca saltata.
martedì 20 ottobre 2009
vini&co.
la malvasia nera
Il termine Malvasia deriva da una variazione contratta di Monembasia, una roccaforte bizantina, abbarbicata sulle rocce di un promontorio posto a sud del Peloponneso. La roccaforte era collegata con la terraferma da un'unica strada che portava all'entrata principale della città e il suo nome, Monembasia, alla lettera significa "un unico punto di ingresso".I Veneziani vi approdarono nel 1248 e stabilirono un accordo commerciale con la gente del posto, che permise loro di vendere i vini dolci che si producevano nella zona in tutta Europa con il nome di Monemvasia. Gli stessi Veneziani portarono poi il vitigno Monemvasia prima a Creta e più tardi in Italia, e incoraggiarono la sua coltivazione in tutto il bacino Mediterraneo. Il vino fatto con questa varietà era un prodotto estremamente popolare, tanto che Venezia pullulava di osterie, chiamate Malvase, consacrate al consumo di questo vino.
Le Malvasie iscritte al Registro Nazionale delle Varietà sono 17, coltivate su una superficie di circa 30.000 ettari: Malvasia, Malvasia Bianca, Malvasia Bianca di Basilicata, Malvasia Bianca di Candia, Malvasia Bianca lunga, Malvasia del Lazio, Malvasia di Candia aromatica, Malvasia di Casorzo, Malvasia di Lipari, Malvasia di Sardegna, Malvasia di Schierano, Malvasia istriana, Malvasia Nera lunga, Malvasia Nera di Basilicata, Malvasia Nera di Brindisi, Malvasia Nera di Lecce e Malvasia Rosa.
Esse si differenziano, oltre che per il colore della bacca, per l'indicazione geografica e per la presenza o meno di aromaticità.I molti vitigni denominati Malvasia hanno spesso in comune soltanto il nome, derivato, molto probabilmente, dal porto greco di Monemvasia, dal quale partivano ricercati vini dolci che venivano esportati in tutto il Mediterraneo. Si deve ai veneziani l'uso di tale appellativo per indicare, in un primo momento, questi vini dolci provenienti dalle zone orientali del Mediterraneo e, successivamente, anche le botteghe in Venezia nelle quali si consumava questa bevanda.I veneziani ebbero un rapporto di vero amore con questo vino: basti pensare che nel tardo Medioevo il consumo medio annuo pro capite di vino in città era di ben 400 litri!Le Malvasie non erano solo importate dal bacino greco: nel 1500-1600 erano coltivate in molte regioni italiane.
in genere è vinificato con il Negramaro, al quale dona la giusta alcolicità, sapidità e corpo. Si ottiene un vino corposo e alcolico, dall'intenso colore rosso rubino, dal profumo gradevole e dal sapore armonico e vellutato.
L'abbinamento perfetto è con le carni rosse della tradizione pugliese,formaggi tipici di buano struttura.
Il termine Malvasia deriva da una variazione contratta di Monembasia, una roccaforte bizantina, abbarbicata sulle rocce di un promontorio posto a sud del Peloponneso. La roccaforte era collegata con la terraferma da un'unica strada che portava all'entrata principale della città e il suo nome, Monembasia, alla lettera significa "un unico punto di ingresso".I Veneziani vi approdarono nel 1248 e stabilirono un accordo commerciale con la gente del posto, che permise loro di vendere i vini dolci che si producevano nella zona in tutta Europa con il nome di Monemvasia. Gli stessi Veneziani portarono poi il vitigno Monemvasia prima a Creta e più tardi in Italia, e incoraggiarono la sua coltivazione in tutto il bacino Mediterraneo. Il vino fatto con questa varietà era un prodotto estremamente popolare, tanto che Venezia pullulava di osterie, chiamate Malvase, consacrate al consumo di questo vino.
Le Malvasie iscritte al Registro Nazionale delle Varietà sono 17, coltivate su una superficie di circa 30.000 ettari: Malvasia, Malvasia Bianca, Malvasia Bianca di Basilicata, Malvasia Bianca di Candia, Malvasia Bianca lunga, Malvasia del Lazio, Malvasia di Candia aromatica, Malvasia di Casorzo, Malvasia di Lipari, Malvasia di Sardegna, Malvasia di Schierano, Malvasia istriana, Malvasia Nera lunga, Malvasia Nera di Basilicata, Malvasia Nera di Brindisi, Malvasia Nera di Lecce e Malvasia Rosa.
Esse si differenziano, oltre che per il colore della bacca, per l'indicazione geografica e per la presenza o meno di aromaticità.I molti vitigni denominati Malvasia hanno spesso in comune soltanto il nome, derivato, molto probabilmente, dal porto greco di Monemvasia, dal quale partivano ricercati vini dolci che venivano esportati in tutto il Mediterraneo. Si deve ai veneziani l'uso di tale appellativo per indicare, in un primo momento, questi vini dolci provenienti dalle zone orientali del Mediterraneo e, successivamente, anche le botteghe in Venezia nelle quali si consumava questa bevanda.I veneziani ebbero un rapporto di vero amore con questo vino: basti pensare che nel tardo Medioevo il consumo medio annuo pro capite di vino in città era di ben 400 litri!Le Malvasie non erano solo importate dal bacino greco: nel 1500-1600 erano coltivate in molte regioni italiane.
in genere è vinificato con il Negramaro, al quale dona la giusta alcolicità, sapidità e corpo. Si ottiene un vino corposo e alcolico, dall'intenso colore rosso rubino, dal profumo gradevole e dal sapore armonico e vellutato.
L'abbinamento perfetto è con le carni rosse della tradizione pugliese,formaggi tipici di buano struttura.
vini&co.
bombino nero
Coltivato da molto tempo, questo vitigno ha origini ignote; gli agricoltori lo chiamano spesso Bambino, per la forma particolare del grappolo che ne richiama l'aspetto. E' conosciuto anche come Buonvino, soprannome di facile interpretazione, deriva infatti dalla copiosa produzione e dall'elevata resa in mosto. Viene coltivato prevalentemente in Puglia, nelle zone di Lizzano e Castel del Monte.
Ha foglia media, quinquelobata; grappolo grosso, di forma composta o con due ali, compatto; acino grosso, di forma sferoidale, con buccia pruinosa, spessa e consistente, di colore blu. Si adatta bene a qualsiasi condizione pedo-climatica e non necessita di colture particolari.
Gli abbinamenti ideali sono con salumi dolci, minestre leggere, spaghetti al pomodoro, risotti a base di carne, orecchiette con cime di rape, carni bianche bollite o in umidi leggeri, pesce a carne rossa, formaggi non molto stagionati.
Coltivato da molto tempo, questo vitigno ha origini ignote; gli agricoltori lo chiamano spesso Bambino, per la forma particolare del grappolo che ne richiama l'aspetto. E' conosciuto anche come Buonvino, soprannome di facile interpretazione, deriva infatti dalla copiosa produzione e dall'elevata resa in mosto. Viene coltivato prevalentemente in Puglia, nelle zone di Lizzano e Castel del Monte.
Ha foglia media, quinquelobata; grappolo grosso, di forma composta o con due ali, compatto; acino grosso, di forma sferoidale, con buccia pruinosa, spessa e consistente, di colore blu. Si adatta bene a qualsiasi condizione pedo-climatica e non necessita di colture particolari.
Gli abbinamenti ideali sono con salumi dolci, minestre leggere, spaghetti al pomodoro, risotti a base di carne, orecchiette con cime di rape, carni bianche bollite o in umidi leggeri, pesce a carne rossa, formaggi non molto stagionati.
vini&co.
bombino bianco
Coltivato da lungo tempo in Puglia, sembra sia originario della Spagna, anche se nessuna fonte lo accerta con sicurezza. In merito al suo nome, in bibliografia è riportato che esso deriverebbe dalla forma del grappolo che, secondo una visione alquanto fantastica, rassomiglia ad un bambino con le braccia distese. Da questo, appunto, il nome di Bammino, accezione dialettale dell'italiano Bambino, poi mutatosi in Bombino. Più verosimilmente, acclarata la provenienza spagnola, Bombino deriva da Bonvino, in quanto la lettera "v" in spagnolo si pronuncia come in italiano la lettera "b"; pertanto in spagnolo la parola "Bonvino" si pronuncia come in italiano "Bombino". Il termine Bombino sta quindi ad indicare "vino buono".
Quasi mai è vinificato in purezza, ma viene utilizzato in uvaggio per la produzione di rinomati vini bianchi. In Puglia, viene utilizzato per la produzione dei VQPRD San Severo, Cacc'è Mmitte di Lucera, Leverano, Castel del Monte, Locorotondo, Martina o Martina Franca e Gravina. È altresì inserito in diversi altri disciplinari di produzione di VQPRD del Centro e Sud Italia. Il vino presenta colore da giallo verdolino a paglierino dorato, sapore neutro, vellutato, armonico, asciutto. E' un vino fine da pasto, che si abbina bene con il pesce. Si presta per la produzione di "vermut".Importanza economica e distribuzione geograficaIl vitigno è presente in Puglia in maniera rilevante soprattutto nel Barese e nel Foggiano. E' iscritto fra le varietà idonee alla coltivazione in tutte le province pugliesi. È presente in altre regioni dell'Italia meridionale, come il Molise e l'Abruzzo.
L'abbinamento ideale è rappresentato dalla tipica cucina marinara pugliese come ad esempio antipasti di pesce,primi piatti delicati o secondi di pesce.Per quanto riguarda i formaggi pugliesi,ottimo con una caciottina fresca,caciocavallo,burrata,ricotta fresca e bocconcini.
Coltivato da lungo tempo in Puglia, sembra sia originario della Spagna, anche se nessuna fonte lo accerta con sicurezza. In merito al suo nome, in bibliografia è riportato che esso deriverebbe dalla forma del grappolo che, secondo una visione alquanto fantastica, rassomiglia ad un bambino con le braccia distese. Da questo, appunto, il nome di Bammino, accezione dialettale dell'italiano Bambino, poi mutatosi in Bombino. Più verosimilmente, acclarata la provenienza spagnola, Bombino deriva da Bonvino, in quanto la lettera "v" in spagnolo si pronuncia come in italiano la lettera "b"; pertanto in spagnolo la parola "Bonvino" si pronuncia come in italiano "Bombino". Il termine Bombino sta quindi ad indicare "vino buono".
Quasi mai è vinificato in purezza, ma viene utilizzato in uvaggio per la produzione di rinomati vini bianchi. In Puglia, viene utilizzato per la produzione dei VQPRD San Severo, Cacc'è Mmitte di Lucera, Leverano, Castel del Monte, Locorotondo, Martina o Martina Franca e Gravina. È altresì inserito in diversi altri disciplinari di produzione di VQPRD del Centro e Sud Italia. Il vino presenta colore da giallo verdolino a paglierino dorato, sapore neutro, vellutato, armonico, asciutto. E' un vino fine da pasto, che si abbina bene con il pesce. Si presta per la produzione di "vermut".Importanza economica e distribuzione geograficaIl vitigno è presente in Puglia in maniera rilevante soprattutto nel Barese e nel Foggiano. E' iscritto fra le varietà idonee alla coltivazione in tutte le province pugliesi. È presente in altre regioni dell'Italia meridionale, come il Molise e l'Abruzzo.
L'abbinamento ideale è rappresentato dalla tipica cucina marinara pugliese come ad esempio antipasti di pesce,primi piatti delicati o secondi di pesce.Per quanto riguarda i formaggi pugliesi,ottimo con una caciottina fresca,caciocavallo,burrata,ricotta fresca e bocconcini.
vini&co.
nero di troia
L'uva di Troia è un vitigno autoctono pugliese. Il nome lascia immaginare una sua provenienza dalla città di Troia, in provincia di Foggia, molto probabilmente fondata da coloni greci, anche se non si può non considerare l'ipotesi di una provenienza albanese dalla città di Cruja.Il vitigno, fra i più antichi e caratteristici della Puglia Centro-Settentrionale, potrebbe essere originario dell'Asia Minore (Troia) e giunto in Puglia durante la colonizzazione ellenica. Oppure il suo nome potrebbe derivare dal centro pugliese in provincia di Foggia (Troia) o ancora dalla città albanese di Cruja, vernacolizzato in Troia.
Il vitigno Nero Troia, contraddistinto dall’ elevato carattere tannico delle sue uve, si presta benissimo alla commistione con altri vitigni locali: dall’ integrazione del vitigno Nero di Troia con i vitigni Montepulciano e bombino bianco, nasce il famoso Cacc’e Mmitte di Lucera, un vino dal sapore deciso che si accompagna perfettamente ai piatti più saporiti della tradizione culinaria pugliese.Le uve Nero di Troia conferiscono al vino del Gargano un colore rosso rubino intenso e un profumo fruttato che ricorda le bacche selvatiche del Parco Nazionale del Gargano che incontrano l’ inebriante essenza di zagare sprigionata dalle piantagioni di agrumi che dominano le colture della zona.
Con l’Uva di Troia, nei pochi casi quando viene vinificato in purezza, si ottengono vini che si presentano di un rosso rubino intenso con profondi riflessi violacei e di ottima consistenza. L’olfatto è ricco di frutta rossa come le more, ciliegie, prugne e fichi fioroni, sentori di spezie come il pepe nero e accenni di chiodi di garofano. Al gusto è un vino secco, sostenuto da una buona dose di alcol, abbastanza morbido per la componente tannica presente ma non irruenta e fastidiosa, sapido e abbastanza fresco. Vino strutturato, abbastanza equilibrato e intenso, buona la persistenza grazie al ritorno fruttatato molto piacevole. Caratteristiche che possono portare i vini ottenuti con Uva di Troia anche ad affinamenti medio-lunghi.
In base alla tipologia e al tipo di affinamento, l’abbinamento va dai primi piatti sostanziosi come le lasagne al ragù o il pasticcio alla bolognese. Secondi piatti come le costine di agnello alla brace, formaggi semi stagionati, oppure abbinato a una faraona ripiena.
L'uva di Troia è un vitigno autoctono pugliese. Il nome lascia immaginare una sua provenienza dalla città di Troia, in provincia di Foggia, molto probabilmente fondata da coloni greci, anche se non si può non considerare l'ipotesi di una provenienza albanese dalla città di Cruja.Il vitigno, fra i più antichi e caratteristici della Puglia Centro-Settentrionale, potrebbe essere originario dell'Asia Minore (Troia) e giunto in Puglia durante la colonizzazione ellenica. Oppure il suo nome potrebbe derivare dal centro pugliese in provincia di Foggia (Troia) o ancora dalla città albanese di Cruja, vernacolizzato in Troia.
Il vitigno Nero Troia, contraddistinto dall’ elevato carattere tannico delle sue uve, si presta benissimo alla commistione con altri vitigni locali: dall’ integrazione del vitigno Nero di Troia con i vitigni Montepulciano e bombino bianco, nasce il famoso Cacc’e Mmitte di Lucera, un vino dal sapore deciso che si accompagna perfettamente ai piatti più saporiti della tradizione culinaria pugliese.Le uve Nero di Troia conferiscono al vino del Gargano un colore rosso rubino intenso e un profumo fruttato che ricorda le bacche selvatiche del Parco Nazionale del Gargano che incontrano l’ inebriante essenza di zagare sprigionata dalle piantagioni di agrumi che dominano le colture della zona.
Con l’Uva di Troia, nei pochi casi quando viene vinificato in purezza, si ottengono vini che si presentano di un rosso rubino intenso con profondi riflessi violacei e di ottima consistenza. L’olfatto è ricco di frutta rossa come le more, ciliegie, prugne e fichi fioroni, sentori di spezie come il pepe nero e accenni di chiodi di garofano. Al gusto è un vino secco, sostenuto da una buona dose di alcol, abbastanza morbido per la componente tannica presente ma non irruenta e fastidiosa, sapido e abbastanza fresco. Vino strutturato, abbastanza equilibrato e intenso, buona la persistenza grazie al ritorno fruttatato molto piacevole. Caratteristiche che possono portare i vini ottenuti con Uva di Troia anche ad affinamenti medio-lunghi.
In base alla tipologia e al tipo di affinamento, l’abbinamento va dai primi piatti sostanziosi come le lasagne al ragù o il pasticcio alla bolognese. Secondi piatti come le costine di agnello alla brace, formaggi semi stagionati, oppure abbinato a una faraona ripiena.
vini&co.
primitivo di manduria
Di origine incerta, la sua introduzione in Puglia è forse riconducibile alla colonizzazione fenicia o alla successiva ondata ellenica. E certo che alla fine del Settecento, la selezione del vitigno fatta dal Primicerio Don Francesco Filippo Indellicati, di Gioia del Colle, nell'ambito dei vecchi vigneti coltivati localmente (Musei G., 1913) portò all'utilizzazione e diffusione del vitigno Primitivo. È opportuno sottolineare che tale selezione fu comunque condotta nell'ambito dei 'vecchi vigneti' coltivati localmente; pertanto, qualunque fosse l'origine, il vitigno esisteva in zona da diverso tempo, essendo appunto presente in tali vigneti alla fine del Settecento.
La produzione è di elevata qualità, ma quantitativamente incostante. Questa varietà predilige terreni di medio impasto, argilloso-calcarei, profondi. Assicura i migliori risultati enologici con forme di allevamento a media e bassa espansione, con potatura ricca e corta (come nel caso dell'alberello pugliese a 4-5 speroni). Presenta femminelle fertili, che danno una seconda produzione più tardiva, pari al 20%-30% di quella principale. Mediamente resistente alla peronospora ed all'oidio, è poco resistente ai marciumi e alle brinate primaverili. È sensibile alla siccità ed alle alte temperature estive, che possono provocare avvizzimento e scottatura degli acini.
Alla vista è rosso, intenso, con sfumature violacee in gioventù che tendono ad attenuarsi con l’età, volgendo al granato,all’olfatto risulta ampio con una ricchezza di sensazioni complesse di frutti a bacca rossa,al gusto è secco, asciutto, caldo, sapido, di gran corpo e potenza, ma al contempo morbido e mai invadente con i suoi tannini nobili.
si abbina ad arrosti di carni rosse, grigliate di carni, pastasciutte al ragù, zuppe corpose e selvaggina, formaggi stagionati. Si beve in un tulipano panciuto alla temperatura di 18/22°.
Di origine incerta, la sua introduzione in Puglia è forse riconducibile alla colonizzazione fenicia o alla successiva ondata ellenica. E certo che alla fine del Settecento, la selezione del vitigno fatta dal Primicerio Don Francesco Filippo Indellicati, di Gioia del Colle, nell'ambito dei vecchi vigneti coltivati localmente (Musei G., 1913) portò all'utilizzazione e diffusione del vitigno Primitivo. È opportuno sottolineare che tale selezione fu comunque condotta nell'ambito dei 'vecchi vigneti' coltivati localmente; pertanto, qualunque fosse l'origine, il vitigno esisteva in zona da diverso tempo, essendo appunto presente in tali vigneti alla fine del Settecento.
La produzione è di elevata qualità, ma quantitativamente incostante. Questa varietà predilige terreni di medio impasto, argilloso-calcarei, profondi. Assicura i migliori risultati enologici con forme di allevamento a media e bassa espansione, con potatura ricca e corta (come nel caso dell'alberello pugliese a 4-5 speroni). Presenta femminelle fertili, che danno una seconda produzione più tardiva, pari al 20%-30% di quella principale. Mediamente resistente alla peronospora ed all'oidio, è poco resistente ai marciumi e alle brinate primaverili. È sensibile alla siccità ed alle alte temperature estive, che possono provocare avvizzimento e scottatura degli acini.
Alla vista è rosso, intenso, con sfumature violacee in gioventù che tendono ad attenuarsi con l’età, volgendo al granato,all’olfatto risulta ampio con una ricchezza di sensazioni complesse di frutti a bacca rossa,al gusto è secco, asciutto, caldo, sapido, di gran corpo e potenza, ma al contempo morbido e mai invadente con i suoi tannini nobili.
si abbina ad arrosti di carni rosse, grigliate di carni, pastasciutte al ragù, zuppe corpose e selvaggina, formaggi stagionati. Si beve in un tulipano panciuto alla temperatura di 18/22°.
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